sabato 20 maggio 2017

L'unica lettera

La lettera sanscrita A in carattere siddhaṁ

*

LA MADRE DI TUTTI I TATHĀGATA

SAPIENZA TRASCENDENTE
IN UN'UNICA LETTERA

Omaggio alla grande madre,
sapienza trascendente.

Così ho udito. Una volta il Venerabile si trovava sul Picco dell'Avvoltoio, a Rājagṛha, insieme ad una grande assemblea di monaci, 1250, e ad una miriade di bodhisattva. In quell'occasione il Venerabile disse al saggio Ānanda:

«Ānanda, a beneficio degli esseri senzienti e per la loro felicità, ricorda questa "Sapienza trascendente in un'unica lettera"È così: A».

Il Venerable parlò in questo modo; poi tutti, il saggio Ānanda, i monaci e i bodhisattva, grandi esseri, avendo compreso la sapienza trascendente e gioendo di essa, lodarono il discorso del Venerabile.

Il testo intitolato "La madre di tutti i tathāgata, sapienza trascendente in un'unica lettera" è completo. 


COMMENTO

Questo testo fa parte del canone buddhista tibetano (1) e, all'interno del ciclo letterario della "sapienza trascendente" (prajñā-pāramitā), costituisce la fonte più breve. 

Poiché i buddha del passato, presente e futuro scaturiscono dalla sapienza trascendente, essa è la loro madre, la matrice (garbha) di tutti i tathāgata, coloro che sono andati (gata) là (tathā), ossia al nirvāṇa

L'omaggio iniziale è il devoto saluto rivolto dal compilatore del testo alla madre dei buddha. Essa è "grande", perché la sapienza trascendente è una potenzialità presente da sempre in tutti gli esseri, grazie alla quale è possibile conseguire la liberazione dall'illusorio divenire del saṁsāra.

«Così ho udito (Evaṁ mayā śrutam)» è l'incipit tradizionale dei sūtra buddhisti. Il narratore è Ānanda, "saggio" perché anziano praticante dell'insegnamento del Buddha. Al primo concilio egli ebbe l'incarico di recitare a memoria i discorsi del Buddha ascoltati direttamente. Ānanda si riferisce al Maestro chiamandolo devotamente "Venerabile" (bhagavān). 

Anche questo discorso, così come gli altri incentrati sulla sapienza trascendente, è ambientato sul "Picco dell'Avvoltoio" (Gṛddhakūṭa), un monte nei pressi della "Residenza Reale" (Rājagṛha), la capitale del regno di Magadha. 

Secondo il pellegrino cinese Fa-hsien (Fǎxiǎn), che si recò sul monte all'inizio del V secolo, la sua denominazione avrebbe avuto questa origine: un giorno accadde che, all'ingresso di una grotta dove si trovava Ānanda, apparve Māra, il maligno, che assunse l'aspetto di un avvoltoio per spaventarlo; in quel momento il Buddha, pur trovandosi altrove, vide ciò che stava accadendo e intervenne miracolosamente toccando la spalla di Ānanda, il quale fu liberato all'istante dalla paura. (2) 

L'ambientazione del discorso in un luogo storico della vita del Buddha serve a creare una cornice di ortodossia ad un contenuto che risulta essere invece formalmente innovativo rispetto alle fonti in lingua pāli risalenti idealmente al primo concilio. 

La grande assemblea di monaci rappresenta le diverse correnti buddhiste che si rifanno alla tradizione antica dei discepoli diretti del Buddha, quella incentrata sul principio monastico della rinuncia alle attività mondane. Invece la miriade di bodhisattva include esseri che non sono necessariamente monaci e neppure umani. 

Il Buddha si rivolge al devoto discepolo Ānanda, invitandolo a fissare nella sua infallibile memoria questo insegnamento, affinché possa poi essere tramandato a beneficio di altri esseri. La sapienza trascendente, esposta altrove in voluminosi e difficili trattati, secondo questa fonte non sarebbe altro che una lettera o sillaba (akṣara), la prima dell'alfabeto sanscrito, così come di quello pāli: A.

Un passo del Dhammapada (8.1), antica raccolta di versi attribuiti al Buddha, afferma: «Più importante di mille parole senza senso è una parola dal profondo significato che, udita, pacifica». Tuttavia, nessuna fonte canonica in lingua pāli riporta un insegnamento del Buddha consistente soltanto in una sillaba.

La motivazione di questa innovativa modalità esegetica si trova in un'opera sanscrita: La sapienza trascendente in 25.000 strofe (Pañcaviṃśatisāhasrikā Prajñāpāramitā Sūtra). Essa contiene una sorta di catechismo buddhista in cui ogni lettera dell'alfasillabario Arapacana della lingua medio indo-aria gandhari (gāṁdhārī) costituisce l'iniziale di un verso, il quale enuncia un principio dottrinale incentrato su una parola con la medesima iniziale. A è la prima lettera ed è anche l'iniziale della parola anutpannatva, "assenza di nascita", perciò il verso corrispondente recita così
«A è l'iniziale per via dell'originaria assenza di nascita di tutti gli elementi dell'esperienza» (akāro mukhaḥ sarvadharmāṇāṁ ādyanutpannatvāt).
Questo verso ha avuto una tale risonanza da essere stato incorporato in un mantra dell'Hevajra-tantra (3) e, come tale, è diventato una formula quasi magica, spesso storpiata e raramente compresa, impiegata in svariati metodi di pratica (sādhana) tantrici. (4) 

Esso afferma che la lettera o il suono A (a-kāro, kāraḥ) è l'iniziale (mukhaḥ) per via del fatto che (āt, suffisso dell'ablativo alla fine del verso) indica lo stato originario (ādy, ādi) la cui condizione, natura o qualità essenziale è l'assenza di nascita (an-utpanna-tva) di tutti gli elementi dell'esperienza (sarva-dharmāṇāṁ). 

Gli elementi dell'esperienza (dharmadharmāṇāṁ è il genitivo plurale) sono raggruppati nei cinque aggregati (skandha) dell'esistenza psicofisica e includono gli organi di percezione, gli oggetti sia sensoriali sia mentali e le percezioni degli oggetti medesimi. In breve, essi sono i fattori fondamentali della propria condizione dualistica. A differenza degli elementi dell'esperienza psicofisica, che sono soggetti a nascita e, quindi, a dissoluzione, lo stato originario non è nato e non ha fine, perciò è libero dal divenire del saṁsāra

La parola anutpanna significa non nato, non prodotto, generato o apparso. La lettera iniziale a ha il valore dell'alfa privativa e diventa an davanti a parola che inizia per vocale. Il suffisso tva (femminile ) in anutpannatva serve a formare nomi astratti e indica lo stato, la condizione, natura o qualità, come nel termine femminile śūnya-tā (vacuità, la condizione di essere vuoto, śūnya). Nel caso dell'espressione ādyanutpannatva, la traduzione "originaria assenza di nascita" implica che la condizione o qualità (tva) originaria (ādi) è l'assenza di nascita.

In conclusione, la sapienza trascendente in un'unica lettera è A perché, essendo questa la prima sillaba dell'alfabeto, rappresenta l'assenza di nascita che costituisce la natura dello stato originario, la madre di tutti i buddha, la quale non è niente di tutto ciò che è nato, prodotto o generato. 

Un esempio che illustra la qualità dell'originaria assenza di nascita è lo spazio celeste: benché i vari fenomeni degli elementi materiali (terra, acqua, fuoco e aria) appaiano dallo spazio e nello spazio, esso rimane inalterato, incontaminato, libero, non essendo nessuno di quei fenomeni. Nondimeno, ogni cosa è pervasa dal medesimo spazio, così come nell'alfabeto sillabico Arapacana le sillabe successive alla prima la contengono intrinsecamente: ra, pa, ca na, ecc. Anche nell'alfabeto sanscrito la serie consonantica include la stessa lettera iniziale: ka, kha, ga, gha, a, e così via. 

Ebbene, la suddetta definizione dello stato originario affonda le radici proprio nell'insegnamento del Buddha attestato nelle fonti in lingua pāli. Ecco un passo del Nibbāna Sutta (Udana 8.3): «C'è, o monaci, il non nato, non divenuto, non fatto, non condizionato. Se, o monaci, non ci fosse il non nato, non divenuto, non fatto, non condizionato, non si conoscerebbe la liberazione da ciò che è nato, divenuto, fatto, condizionato». Il che equivale a dire: se non ci fosse la grande madre, non ci sarebbero i tathāgata.

In Ariyapariyesanā Sutta (Majjhima Nikāya 26) il Buddha spiega che una persona attaccata, legata a ciò che è nato, essendo dipendente da ciò che è nato, cerca solo quello; invece, una persona che vede i difetti di ciò che è nato, «cerca ciò che è non nato (a-jātaṁ), la suprema liberazione dai lacci, il nibbāna». Dunque, ciò che è "non nato" è il nibbāna (nirvāṇa), per natura libero da ciò che è nato. 

Infatti, iItivuttaka 43 la liberazione da ciò che è nato viene definita come «lo stato calmo, non associato a pensieri, permanente, non nato, non prodotto, libero da sofferenza, privo di impurità, la cessazione degli elementi dolorosi dell'esperienza, la dissoluzione degli impulsi karmici, la felicità». 

Ma dove si dovrebbe cercare ciò che è "non nato"? Secondo il Kevaḍḍa Sutta (Dīgha Nikāya 11), lo si dovrebbe cercare solamente in se stessi, nella vera natura della propria coscienza (viññāṇaṁ), indicata dal Buddha come priva di attributo (anidassanaṁ), senza fine (anantaṁ) e del tutto luminosa (sabbato pabhaṁ). «Qui acqua, terra, fuoco e aria non hanno posto. Qui lungo e corto, grossolano e sottile, bello e brutto, nome e forma, tutto quanto cessa». 

Analogamente allo spazio celeste che non è i fenomeni materiali, la coscienza luminosa non è un elemento dell'esperienza che appare e scompare, perché non è la coscienza empirica, ossia la mutevole percezione sensoriale e mentale, quindi non è niente di tutto ciò che caratterizza il saṁsāra

Quando cessa il movimento scimmiesco della mente, viene meno l'illusoria identificazione di sé con i fenomeni dell'esperienza psicofisica, cosicché ciò che oscura la coscienza per natura luminosa svanisce come nube nello spazio del puro stato originario, la grande madre: A.

Dopo che il Buddha ebbe enunciato la sapienza trascendente in un'unica lettera, il devoto discepolo Ānanda, la vasta assemblea di monaci e la miriade di grandi bodhisattva presenti, avendo compreso il senso profondo delle parole del venerabile Maestro, gioirono per ciò che avevano udito ed esaltarono la straordinaria essenzialità del suo discorso sulla vera e unica madre di tutti i tathāgata.


Note
    1. Sher phyin yi ge gcig mabka' 'gyur (dpe bsdur ma), Vol. 34, pp. 414-415.
    2. H. A. Giles (tr.), The Travels of Fa-hsien, London, Cambridge University Press, 1923, p. 50.
    3. Oṁ akāro mukhaṁ sarvadharmāṇāṁ ādyanutpannatvāt oṁ āḥ hūṁ phaṭ svāhā. Cfr. G.W. Farrow, I. Menon, The Concealed Essence of the Hevajra Tantra, Delhi, Motilal Banarsidass, 1992, p. 25.
    4. Vd. Stephan Beyer, The Cult of Tārā, Berkeley, University of California Press, 1978, p. 220.