domenica 2 aprile 2017

Il Sutra del Cuore 7


Tasmājjñātavyaḥ prajñāpāramitāmahāmantro mahāvidyāmantro'nuttaramantro'samasamamantraḥ sarvaduḥkhapraśamanaḥ satyamamithyatvāt. 
Prajñāpāramitāyām ukto mantraḥ. 
Tadyathā gate gate pāragate pārasaṁgate bodhi svāhā. 
Prajñāpāramitāhṛdayaṁ samāptam.

(7) Pertanto, il grande mantra della sapienza trascendente, il grande mantra di conoscenza, il mantra supremo, il mantra senza eguali che elimina tutte le sofferenze, dovrebbe essere considerato vero, perché non è falso. Il mantra è enunciato nella sapienza trascendente. Esso è così: gate gate pāragate pārasaṁgate bodhi svāhā. Il cuore della sapienza trascendente è completo.


La sezione conclusiva termina con l'enunciazione del "grande mantra" della sapienza trascenden­te. Poiché sintetizza in poche parole il senso segreto del testo, è un "mantra di conoscen­za". Sicco­me l'insegnamento a cui si riferisce è insuperabile, è il "mantra supremo". Esso elimina ogni soffe­renza, cancellandone la causa, quindi è un mantra incomparabile per il suo potere salvifi­co.
A differenza dei mantra falsi, privi di valore ai fini della liberazione dal saṁsāra, questo mantra è vero, autentico. Sebbene non si trovi nelle fonti canoniche, è comunque enunciato o esposto nella tradizione della sapienza trascendente qui attestata.[1]
Così come i mantra comuni sono utilizzati per conseguire in breve tempo, se non all'istante, obiettivi difficili o apparentemente impossibili, il mantra della sapienza trascendente consente di raggiungere velocemente una meta che, altrimenti, richiederebbe moltissime vite.
L'efficacia di questo mantra, però, non dipende dalla sua ripetizione, ma dalla comprensione ef­fettiva del suo significato che, purtroppo, non è per nulla evidente. L'interpretazione proposta pren­de spun­to dai commentari dei paṇḍita Kamalaśīla e Śrīmahājana.[2]
A differenza della versione tibetana del testo, quella cinese attribuita a Hsüan-tsang (Xuánzàng) esclude dal mantra sia la parola sanscrita tadyathā, tradotta con "esso è così", sia la sillaba oṁ. Quest'ultima non è attestata neppure in tutte le versioni sanscrite.
Il soggetto del mantra è la sapienza trascendente. Essa è andata (gate) alla fine della via dell'ac­cumulazione (sambhāra-mārga) ed è pure andata (gate) alla fine della via dell'applicazione (prayo­ga-mārga), i primi due sentieri percorsi dalle persone ordinarie che aspirano a diventare bod­hisat­tva. Queste vie includono tutto ciò che è spiritualmente propedeutico alla visione effettiva delle quattro nobili verità del Buddha. 
La sapienza trascendente è andata al di là (pāra-gate), alla fine della terza via, quella della visio­ne (darśana-mārga), dove per la prima volta si comprende direttamente il senso delle quattro nobili verità e, quindi, del nirvāṇa. Tale visione iniziale è al di là dell'esperienza delle persone ordinarie ed è invece specifica dei nobili (ārya) bodhisattva giunti al primo di dieci livelli.
La sapienza trascendente è andata completamente al di là (pāra-saṁgate), alla fine della via della pratica (bhāvanā-mārga), attraverso la quale i bodhisattva coltivano la visione diretta delle quattro nobili verità seguendo il nobile ottuplice sentiero. Al decimo livello la meta è la concentrazione ada­mantina (vajropama-samādhi), completamente al di là dell'esperienza sia delle persone ordinarie sia dei bodhisattva al primo livello.
La sapienza trascendente è la consapevolezza (bodhi) propria di Avalokiteśvara, ossia l'illumina­zione dei buddha realizzata nella via finale (niṣṭhā-mārga), dove non occorre più esercitarsi (aśai­kṣa) nella pratica del nobile ottuplice sentiero.
La parola conclusiva svāhā compare inizialmente nei mantra vedici come saluto propiziatorio ri­volto alle divinità, affinché i riti a loro dedicati possano avere successo. Nello specifico contesto buddhista essa esprime il fermo auspicio che la meta dell'illuminazione sia ottenuta perfettamente in accordo col senso profondo della divina prajñā-pāramitā.
Attraverso questo mantra si dovrebbe comprendere o ricordare che la vera natura originaria della propria coscienza è la stessa consapevolezza di tutti i buddha. Riconoscendo la coscienza luminosa, gli oscuramenti dell'attaccamento, dell'avversione, della confusione ecc., che causano sof­ferenze senza fine, possono svanire velocemente, anche all'istante. Dunque, per conseguire la piena illumi­nazione a beneficio di tutti gli esseri, non è necessario percorrere gradualmente le vie del bodhisat­tva rinascendo un'infinità di volte.
Il senso segreto del testo, indicato dal mantra, è che la coscienza luminosa, presente da sempre in tutti gli esseri, per natura è già "andata, andata, andata al di là, andata completamente al di là". Se così non fosse, non sarebbe possibile realizzare la liberazione dal saṁsāra, neppure dopo innumere­voli eoni di pratica spirituale.
Allora, in quale modo si riconosce direttamente la propria coscienza luminosa? Il maestro cinese Hsu-yun (Xūyún) insegnava così: «dovete incessantemente e decisamente volgere la luce verso l'in­terno, su "ciò che non è nato e non muore" [...]. "Volgere verso l'interno" è "volgere indietro". "Ciò che non è nato e non muore" non è altro che la natura di sé».[3]

[1] Cfr. Jan Nattier, op. cit., pp. 177, 211 n. 52; John R. McRae, "Ch'an Commentaries on the Heart Sūtra", The Journal of the International Association of Buddhist Studies, vol. 11.2, 1988, p. 107 n. 10.
[2] Cfr. Donald S. Lopez, The Heart Sūtra Explained: Indian and Tibetan Commentaries, Albany, State University of New York Press, 1988, pp. 111, 209 n. 6.
[3] Lu  K'uan Yü (Charles Luk), Ch'an e Zen, Roma, Edizioni Mediterranee, 1988, p. 50. Cfr. Xu-yun, Nuvola VuotaAutobiografia di un Maestro Chan, Roma, Ubaldini Editore, pp. 154 sgg. L'espressione "natura di sé" traduce il cinese zìxìng, che a sua volta rende il sanscrito svabhāva.