mercoledì 8 marzo 2017

Il Sutra del Cuore 4c


[...] na duḥkhasamudayanirodha­mārgā na jñānaṁ na prāptiḥ.

4c. [...] non ci sono sofferenza, origine, cessazione e via; non c'è conoscenza e non c'è ottenimento.

Dopo aver compreso la genesi dipendente delle dodici cause del saṁsāra ed aver sperimentato la loro cessazione nel nirvāṇa, il Buddha si recò a Isipatana (Sarnath), dove incontrò i cinque monaci che erano stati suoi compagni di ascesi. Essi divennero i primi discepoli a cui spiegò le "quattro no­bili verità".
La logica basilare delle quattro nobili verità è analoga a quella medica della diagnosi, prognosi e terapia. Infatti, inizialmente occorre riflettere sulla natura della sofferenza, per poi individuarne l'origine o causa, verificare se esiste una cura e, nel caso ci sia, seguirla scrupolosamente fino alla completa guarigione.
«La nascita è sofferenza. La vecchiaia è sofferenza. La malattia è sofferenza. La morte è soffe­renza. L'unione con ciò che non si ama è sofferenza. La separazione da ciò che si ama è sofferenza. Non ottenere ciò che si desidera è sofferenza. In breve, i cinque aggregati dell'attaccamento sono sofferenza», così insegnava il Buddha.
Dunque, qual è la sorgente o causa della sofferenza? «È la sete che porta alla rinascita, accompagnata da piacere e passione, ricercando piacere qua e là, vale a dire la sete di piaceri sensoriali, la sete di vita e la sete di annullamento».[1]
La sete (tṛṣṇā) comune è il desiderio di piaceri sensoriali (kāma). In generale, la sete di vita (bhava) è il desiderio di essere, diventare e sentire l'intensità della vita, anche dopo la morte. La sete di annullamento (vibhava), invece, è il desiderio di non essere o di smettere di esistere, per sempre.
Quindi, la cessazione definitiva della sofferenza è possibile grazie alla «completa dissoluzione ed estinzione di quella stessa sete, abbandonandola, lasciandola andare, liberandosi da essa, distaccandosene».[2]
La via che conduce alla cessazione della sofferenza è «questo nobile ottuplice sentiero, cioè retta visione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retta sussistenza, retto sforzo, retta attenzione e retta concentrazione».[3]
Il cuore della retta visione è la comprensione della vacuità dei cinque aggregati e, quindi, di tutti gli elementi della propria esperienza psicofisica. Come si è evidenziato nei commenti precedenti, i cinque aggregati sono vuoti di sé, in quanto non sono realmente sé, similmente al riflesso del pro­prio volto, che non è il volto stesso.
Il proprio reale sé è la vera natura della coscienza, priva di attributo, senza fine, totalmente lumi­nosa. Però, sebbene la coscienza sia per natura luminosa, consapevole, è oscurata da impurità av­ventizie, estranee e temporanee, come le tre afflizioni fondamentali: l'attaccamento a ciò che è pia­cevole, l'avversione verso ciò che non è piacevole e la confusione riguardo alla propria identità e alla natura dell'esistenza.
Le impurità sono avventizie in quanto non sono attributi effettivi di sé, bensì aspetti transitori dell'esperienza fenomenica, apparenze vuote di sé. Così come il riflesso appare se c'è uno specchio, anche le impurità appaiono se c'è l'insieme mente-corpo, "nome-forma" (nāma-rūpa), base della propria esperienza psicofisica.
Analogamente allo specchio che genera riflessi alterati a seconda del materiale di cui è fatto, se la sua superficie non è piana e regolare o quando è danneggiato, le differenti caratteristiche e condi­zioni dell'insieme mente-corpo alterano il riflesso di sé. Di conseguenza, una persona confusa che si identifica col riflesso, inevitabilmente soffre a causa delle modificazioni dello specchio. Una perso­na saggia come Śāriputra, invece, indipendentemente dallo stato dello specchio, volge la luce della coscienza all'interno, alla natura di sé e contempla il volto originario, immutabile e incessante, vuo­to di qualsiasi impurità.
Allora, se nella vacuità essenziale della coscienza luminosa non esistono realmente impurità, dove sono la sofferenza, l'origine della sofferenza, la cessazione della sofferenza e la via che condu­ce alla cessazione? Se il proprio volto originario è vuoto dei riflessi del saṁsāra, dov'è la conoscen­za delle quattro nobili verità e dov'è l'ottenimento della meta dell'ottuplice sentiero?






[1] Dhamma-cakka Sutta (Saṁyutta Nikāya 56.11)
[2] Idem.
[3] Idem.