mercoledì 15 febbraio 2017

Il Sutra del Cuore 2


Sāriputta (Śāriputra)

Iha śāriputra rūpaṁ śūnyaṁ śūnyataiva rūpaṁ rūpānna pṛthak śūnyatā śūnyatāyā na pṛthag rū­pam. Evam eva vedanāsaṁjñāsaṁskāravijñānam.

(2) Qui, o Śāriputra, la forma è vuota; la vacuità stessa è la forma; la vacuità non è diversa dalla forma; la forma non è diversa dalla vacuità. Anche la sensazione, il concetto, l'impulso e la perce­zione sono così.

"Qui" si riferisce alla sapienza trascendente, in cui ogni cosa è conosciuta così com'è realmente. Avalokiteśvara si rivolge a Śāriputra perché, tra i discepoli diretti del Buddha, egli si distingue per la sua capacità di analisi e comprensione. Nelle fonti in lingua pāli Sāriputta appare dedito soprat­tutto alla contemplazione della vacuità.[1]
La forma, il primo dei cinque aggregati della propria esperienza psicofisica, è vuota della natura di sé, in quanto non è realmente sé e non appartiene davvero a sé. Analogamente, anche gli altri ag­gregati sono vuoti.
Questo principio è stato enunciato nella sezione introduttiva. Ora si tratta di approfondire l'anali­si, verificando inizialmente la correttezza della comprensione tramite il ragionamento. Per esempio, proviamo a paragonare la forma vuota a un vaso vuoto: così come un vaso è vuoto d'acqua, la forma potrebbe essere vuota della natura di sé. Il paragone sarebbe valido se illustrasse anche l'affermazio­ne successiva, secondo cui la vacuità stessa è la forma; ma, evidentemente, il paragone non regge perché, anche se il vaso è vuoto, tale vuoto non è il vaso, dal momento che riguarda solo il contenu­to del vaso, che può esserci o non esserci. Pertanto, l'aggregato della forma non è vuoto della natura di sé come se essa fosse un oggetto temporaneamente assente, similmente all'acqua di cui un vaso è vuoto.
Riflettiamo allora su un altro paragone, quello del miraggio: nel deserto assolato, in lontananza, scorgiamo un lago; tuttavia, se cerchiamo di raggiungerlo, scopriamo che lì l'acqua non c'è. In que­sto caso il paragone è valido; infatti, il miraggio è vuoto d'acqua e proprio l'assenza d'acqua caratte­rizza il miraggio. Perciò, la vacuità d'acqua non è diversa dal miraggio del lago e il miraggio del lago non è diverso dalla vacuità d'acqua.
Facciamo ancora un esempio: la luna piena riflessa in uno specchio d'acqua. Il suo riflesso è vuo­to della luna, perché è evidente che nell'acqua non c'è la luna. Quindi, la vacuità o assenza della luna non è diversa dal riflesso della luna, così come il riflesso della luna non è diver­so dalla vacuità o assenza della luna.
Analogamente al miraggio del lago in cui non c'è l'acqua e al riflesso della luna in cui non c'è la luna, nei cinque aggregati dell'esperienza personale non c'è la natura propria di chi osserva o testi­monia l'esperienza. Un esempio diretto di ciò è il proprio riflesso in uno specchio: infatti, il proprio riflesso non è sé e non appartiene a sé; inoltre, non è contenuto da sé e neppure contiene sé.[2]
La negazione di sé nel proprio riflesso non implica, tuttavia, la negazione assoluta di sé, così come la negazione della luna nel suo riflesso non implica la negazione assoluta della luna. Per evi­tare la deviazione nichilistica, come insegnò il Buddha, occorre riflettere sul fatto che il proprio ri­flesso dipende da sé e rimanda a sé, in maniera simile al riflesso della luna che dipende dalla luna e ri­manda ad essa.
La sorgente della luce riflessa simboleggia la coscienza luminosa (sans. prabhāsvara-citta), che illumina i cinque aggregati consentendone la consapevolezza. Però, differentemente dai cinque ag­gregati, la coscienza luminosa non è vuota della natura di sé, cioè sé (sans. ātman), giacché è essa stessa la natura di sé, il proprio vero sé.
Questa affermazione non è una deviazione eternalistica, che postula l'esistenza eterna di ciò che in verità è transitorio: la coscienza luminosa è comunque vuota di ciò che non è sé (anātman). Essa è vuota perché non ha un attributo visibile, percepibile, come gli aggregati; nel medesimo tempo, però, non è neppure nulla, perché è senza fine, incessante, in quanto risplende totalmente come pura consapevolezza.
Quando Śāriputra, il grande discepolo del Buddha, meditando sulla vacuità conseguì la realizza­zione della coscienza per natura luminosa, comprese che essa è il maestro ultimo, il vero signore (īśvara) dello sguardo (avalokita) libero dagli oscuramenti dell'illusoria apparenza.






[1] Vd. Piṇḍapāta Pārisuddhi Sutta (Majjhima Nikāya 151).
[2] Vd. Yamaka Sutta (Saṁyutta Nikāya 22.85).