giovedì 12 gennaio 2017

Ashtavakra 1.14-15


dehābhimānapāśena ciraṁ baddho'si putraka |
bodho'haṁ jñānakhaḍgena tanniṣkṛtya sukhī bhava || 14 ||


14. Da tempo ormai sei legato dal laccio dell'identificazione col corpo, figliolo. Reci­dendolo con la spada della conoscenza, "io sono consapevolezza", sii feli­ce!

Noi siamo legati strettamente dal laccio della convinzione di essere il nostro corpo, l'organismo psicofisico. Anche dopo la morte la tendenza a identificarci col corpo può essere così potente da indurci a desiderare di reincarnarci, oppure a immaginarci una vita fisica. 
Questo resistente laccio è creato dall'ignoranza della propria vera identità, quindi può essere reciso soltanto dalla spada della conoscenza, la comprensione reale di se stessi espressa dalla frase "io sono consapevolezza", pura coscienza. 


niḥsaṅgo niṣkriyo'si tvaṁ svaprakāśo nirañjanaḥ |
ayameva hi te bandhaḥ samādhimanutiṣṭhasi || 15 ||


15. Tu sei libero da attaccamento, senza azione, autorisplendente, incontami­nato. Invero, questo è sicuramente il tuo legame: tu pratichi il samādhi.

L'identificazione di se stessi col corpo è causa di attaccamento a sensazioni, emo­zioni, cose, luoghi, esseri ecc.; invece la pura consapevolezza ne è libera per natura, infatti, quando viene riconosciuta, consente di lasciar andare qualunque attaccamen­to. 
Dall'identificazione col corpo scaturisce l'identificazione con l'azione, che può ave­re caratteristiche benigne o maligne e genera effetti positivi o negativi, sia in que­sta vita sia dopo la morte. La vera natura della coscienza, invece, è il puro testimone, grazie al quale è possibile ritrovare la libertà naturale dagli effetti di qualsiasi azione. 
La consapevolezza che costituisce la propria vera identità è di per se stessa lumino­sa, ossia cosciente: non diventa consapevole o cosciente a causa del corpo e degli og­getti sensoriali. Poiché non dipende dal corpo e dagli oggetti, è per natura incontami­nata, non condizionata dalla loro presenza e, quindi, rende possibile l'abbandono di ogni condizio­namento e dipendenza. 
Finché il riconoscimento della vera natura della coscienza in quanto pura consape­volezza non diventa evidente e stabile, è necessario meditare su di essa, con­templarla, disciplinando il proprio organismo psicofisico affinché la mente rimanga assorbita in tale riconoscimento. Questo stato di assorbimento mentale o profonda concentrazione è indicato in sanscrito dal termine samādhi
Ovviamente, la pratica del samādhi è utile fino a quando, a causa della distrazione, c'è dimenticanza della propria vera natura; ma, quando il riconoscimento della sua in­cessante presenza è stabile, si recide per sempre il legame della distrazione e, quindi, anche quello del samādhi. Perciò, la ricerca del samādhi ha un limite che, se non vie­ne compre­so, può effettivamente ostacolare la liberazione dall'ingannevole rete dell'identificazione col corpo. Il sé è presente indipendentemente dal samādhi