martedì 20 settembre 2016

Ashtavakra 1.2



aṣṭāvakra uvāca
muktimicchasi cettāta viṣayān viṣavattyaja |
kṣamāārjavadayātoṣasatyaṁ pīyūṣavadbhaja ||2||


Aṣṭāvakra disse: 
2. Se desideri la liberazione, mio caro, abbandona gli oggetti dei sensi come veleno e ricerca la pazienza, la rettitudine, la compassione, la contentezza, la ve­rità come net­tare.

L'individuo che credeva di essere il re della propria esistenza si è reso conto di es­sere invece un servo, schiavo degli oggetti sensoriali. Essendosi rivolto ad Aṣṭāvakra con il corretto atteggiamento, il maestro lo accetta compassionevolmente come allie­vo ed inizia ad impartirgli le istruzioni preliminari.
La preparazione necessaria, senza la quale non è possibile conseguire la liberazio­ne, è condensata in sette punti, il primo dei quali è il desiderio (icchā) della liberazio­ne (mukti), che deve esse­re sincero e profondo, autentico e non superficiale. Esso è paragonabile a un fuoco, il quale va alimentato fino a che la liberazione non è com­piuta completa­mente. I sei punti successivi costituiscono il carburante necessario a mantenerlo vivo ed in­tenso.
Per poter ottenere la desiderata liberazione, occorre saper abbandonare gli oggetti sen­soriali, così come si abbandona un fungo nel momento in cui lo si riconosce come vele­noso. Quando si capisce che i funghi degli oggetti sensoriali sono tossici, viene meno il desiderio di afferrarli e portarli via con sé, perciò li si lascia dove sono.
Gli oggetti dei sensi, in realtà, non sono di per se stessi velenosi, ma la mente che li per­cepisce come de­siderabili e si attacca ad essi li trasforma in percezioni nocive, che la intossicano renden­dola dipendente dalla loro presenza. Quindi, la mente distratta da­gli oggetti sensoriali deve essere disciplinata a lasciare che le percezioni appaiano e scompaiano naturalmente, senza reagire in modo compulsivo aggrappandosi a quelle piacevoli. Questo allenamento inizia con la pratica della meditazione.
Affinché Janaka possa ritrarre la propria attenzione dagli svariati oggetti sensoriali, Aṣṭāvakra lo invita ad allontanarsi dal sontuoso palazzo e, raggiunto un luogo appar­tato ai margini della foresta, gli chiede se è disposto ad abbandonare ogni cosa posse­duta; ma ciò non è sufficiente: Janaka deve anche saper praticare i restanti cinque punti, perciò Aṣṭāvakra lo mette ulteriormente alla prova lasciandolo solo.
Mentre gli oggetti sensoriali sono da abbandonare come veleno che uccide, la pa­zienza (kṣamā), la rettitudine (ārjava), la compassione (dayā), la contentezza (toṣa) e la verità (satya) devono essere ricerca­te come nettare che vivifica, perché la loro as­senza impedisce la liberazione. Esse ri­guardano fon­damentalmente il proprio rappor­to con se stessi, il quale poi si estrin­seca ed esprime nel rapporto che si ha con gli al­tri, gli animali, la natura, ogni cosa.
Dunque, prima di tutto c'è l'allenamento contemplativo alle cinque virtù praticato nell'isolamento, possibilmente in un luogo appartato. Successivamente c'è l'allena­mento attivo, che inizia quando termina la seduta meditativa e si intraprende qualsiasi attività.
La fase contemplativa dovrebbe costituire la radice o base di quella attiva. Infatti, se si ri­mane da soli in silenzio, evitando di distrarsi, non ci vuole molto tempo per ca­pire che le cinque virtù scaturiscono dal proprio atteggiamento interiore, a prescinde­re dalle di­verse circostanze della vita. 
Quando Aṣṭāvakra ritorna, ritrova Janaka nel medesimo luogo in cui lo aveva la­sciato diverse ore prima. Il sole è già tramontato e il re è ancora seduto, pacifico e si­lenzioso. Avendo verificato la sua pazienza, rettitudine, compassione, contentezza e adesione alla verità, il maestro lo invita a rifocillarsi. Terminato il pasto, inizia il loro dia­logo sulla conoscenza dell'assoluto (Brahman).