sabato 17 dicembre 2016

L'illuminazione



Il Vedanta come definisce l'illuminazione?

Risposta breve: 
L'illuminazione è la rimozione permanente dell'ignoranza riguardo alla propria vera natura in quanto consapevolezza senza limiti e non duale.

Risposta lunga: 
Il Vedanta sostiene che tu sei già consapevolezza non duale, ma semplicemente non lo sai. Perciò, è soltanto un problema di incomprensione. C'è ignoranza riguardo alla tua vera natura e questa ignoranza deve essere rimossa. La rimozione dell'ignoranza rivela soltanto ciò che è già lì: tu, ossia la consapevolezza non duale. 

Poiché è soltanto una questione di rimozione dell'ignoranza, l'illuminazione NON è:
uno stato di coscienza superiore,
un'esperienza mistica,
l'interruzione dei pensieri,
la distruzione dell'ego,
o l'ottenimento di qualcosa che non hai già.
Non conferisce, ripeto, non conferisce uno status speciale a qualcuno.

L'illuminazione non può essere uno stato, perché tutti gli stati sono esperienze. Ogni esperienza è soggetta al tempo. Tutte le esperienze iniziano e finiscono.

Se l'illuminazione è uno stato o un'esperienza, allora ha un'inizio e una fine. Se così fosse, allora l'illuminazione non avrebbe valore. A che serve un'illuminazione temporanea?



giovedì 15 dicembre 2016

La meditazione

James Swartz

In meditazione chi medita indaga sul proprio mondo interiore. Il sé è ciò che osserva la meditazione. La meditazione consiste nel creare le condizioni in cui è più facile distinguere il sé dagli oggetti che appaiono nel sé. La liberazione (moksha) è atma anatma viveka, la comprensione della differenza tra il sé e gli oggetti.

In meditazione non ho oggetti fisici di cui preoccuparmi, ma soltanto oggetti sottili. Quando meditiamo possiamo "vedere", "sentire" o "udire" il silenzio, che è un oggetto. Possiamo conoscerlo.

Vediamo i suoni entrare nel silenzio e sparire dal silenzio. Possiamo vedere i nostri pensieri entrare nel silenzio e scomparire dal silenzio. Se abbiamo un'esperienza importante, allora proviamo emozioni generate da quella esperienza, le quali appaiono nel silenzio e scompaiono dal silenzio.

Così abbiamo due oggetti in meditazione: il silenzio e l'attività mentale che appare nel silenzio. Inoltre c'è un terzo fattore, che è me, il testimone del silenzio. Se vediamo, sperimentiamo o conosciamo il silenzio, non possiamo essere il silenzio, perché non possiamo essere ciò che vediamo.

In meditazione ci sono sempre tre fattori. La meditazione consiste nel sedere calmi e capire com'è conosciuto il silenzio. Qual è il mio posto nella scena? Chi sono io?

Se tu sei chi siede in silenzio, non sei libero, perché il silenzio è più grande di te, ti abbraccia. Ma chiediti: "Chi vede il silenzio che mi abbraccia? Chi vede il mio corpo seduto in silenzio?".

La liberazione (moksha) è il riconoscimento che quella consapevolezza è te. Questo è il motivo per cui puoi ottenere moksha in meditazione, posto che tu stia ricercando il testimone e non stia ricercando una particolare esperienza. Se cerchi un'esperienza particolare in meditazione, perdi chi testimonia l'esperienza, ciò che è sempre libero dall'esperienza.

Qualunque sia la tua esperienza esterna o interna, tu precedi ogni esperienza e continui ad esserci anche quando l'esperienza cessa. Appare un'esperienza particolare ed è testimoniata da te; essa persite un po', testimoniata da te; poi diminuisce e svanisce; ma sparisci anche tu quando l'esperienza svanisce? No.

Tu rimani semplicemente come il testimone; poi appare l'esperienza successiva, persiste e svanisce. Quindi, la consapevolezza che c'è costantemente, ciò che conosce, il testimone, l'osservatore, quello sono io. Identificati con quello e sei libero, perché è senza limiti, è permanente, non va e non viene. Contemplando questa [consapevolezza] otterrai la libertà che accompagna la conoscenza di sé.


mercoledì 14 dicembre 2016

Ashatvakra 1.13


kūṭasthaṁ bodhamadvaitamātmānaṁ paribhāvaya |
ābhāso'haṁ bhramaṁ muktvā bhāvaṁ bāhyamathāntaram || 13 ||


13. Essendoti liberato dall'illusione "io sono il riflesso" e dalla condizione d'identifica­zione sia esteriore sia interiore, medita sul sé come immutabile, con­sapevole e non du­ale.

Il sé, la vera natura originaria di se stessi, è paragonabile a una sorgente di luce. Così come la luce consente la visione illuminando gli oggetti, grazie al sé è possibile la consa­pevolezza di qualsiasi cosa. 
La realtà altra da sé, percepita come oggetto di sé, è illuminata non solo diretta­mente dalla luce del sé, ma anche indirettamente dalla luce riflessa dalla mente. 
La mente è come uno specchio che riflette la luce del sé focalizzandola sugli og­getti a cui fa attenzione. Lo specchio della mente non è di per sé luminoso, ossia co­sciente, tut­tavia sembra essere luminoso, dunque cosciente, quando riflette la luce del sé, l'unica pura coscienza.
In questo modo, a causa dell'illusione, essendoci confusione sulla natura della co­scienza, ci si identifica con la mente che sembra essere cosciente e con i suoi riflessi, co­sicché sorge la percezione falsa di sé come ego, l'io identificato con ciò che è "non sé" (anātman).
Quando l'attenzione è focalizzata sull'immagine riflessa che rappresenta la condi­zione esteriore del proprio corpo fisico, l'identificazione è "io sono questo corpo". Quando l'attenzione è focalizzata sulle immagini riflesse di condizioni inte­riori come piacere o dolore, l'identificazione è "io sono felice", oppure "io sono infe­lice" ecc.
Così come il riflesso del proprio volto è alterato dalle condizioni dello specchio e non è il volto stesso, la percezione mentale di sé è alterata dalle condizioni della men­te e non è realmente sé. Comprendendo che le condizioni d'identificazione este­riori e interiori della luce riflessa sono oggetti per natura transitori testimoniati dal sé, il te­stimone inces­sante, occorre meditare sul sé, la propria vera natura, lasciando che lo specchio della mente diventi limpido e rifletta puramente la luce del sé.
Le condizioni del corpo e della mente sono oggetti cangianti, mutevoli, transitori, in­vece io sono costante, permanente, immutabile (kūṭastha), pura consapevolezza per natura au­tocosciente, senza dualità di soggetto e oggetto. 
La vera natura della mia coscienza è la mede­sima essenza della coscienza di tutti gli esseri, l'unica vera realtà al di là della variegata molteplicità fenomenica.

domenica 11 dicembre 2016

Reincarnazione

James Swartz

Esiste la reincarnazione?

Risposta breve: 
La reincarnazione è una teoria e, se considerata correttamente, è una teoria utile. Ma non può essere provata realmente. Può essere vera o può non esserlo.

Risposta lunga:
Importa davvero? Se c'è la reincarnazione, in ogni caso il prossimo "tu" non ricorderà chi è stato precedentemente. Anche se qualcuno afferma di ricordare una vita passata, quanto è rilevante per l'illuminazione? Sapere che in un'incarnazione passata sei stato quel tale o quella tale ti aiuta a rimuovere l'ignoranza della tua natura senza limiti? Pensare che sei una persona soggetta alla reincarnazione è proprio la radice dell'ignoranza. Quindi, nel contesto del Vedanta, l'unico modo utile di vedere la reincarnazione è quello di considerarla come la continua identificazione con i propri pensieri. Costantemente ci identifichiamo con un pensiero che sorge (nascita), dopodiché quel pensiero svanisce (morte). Nasciamo in ogni pensiero e moriamo in esso. Poi sorge un altro pensiero e il processo ricomincia. Questo è il costante ciclo di nascita e rinascita. La continua identificazione con questo ciclo è il samsara.


mercoledì 7 dicembre 2016

Ashtavakra 1.12



ātmā sākśī vibhuḥ pūrṇa eko muktaścidakriyaḥ |
asaṅgo nispṛhaḥ śānto bhramāt saṁsāravāniva || 12 ||


12. Il sé che è il testimone, onnipervasivo, completo, uno, libero, pura coscien­za, sen­za azione, senza attaccamento, senza desiderio, pacifico, a causa dell'illusione sembra es­sere immerso nel saṁsāra.

Il sé (ātman) è la propria vera identità, natura, essenza. Il sé è il testimone, l'osser­vatore inalte­rato di ogni esperienza. Il sé è onnipervasivo, perché è il cuore immortale di tut­ti gli esser­i e nulla è percepito senza la sua presenza. Il sé è completo sin dall'ini­zio, in quanto non è completato da altro da sé, quindi non migliora né peggio­ra. Il sé è uno, l'unica vera realtà in tutti gli esseri. Il sé è libero, non condizionato da nessun fe­nomeno, evento, og­getto o individuo. Il sé è pura coscienza, pura consape­volezza non modificata da ciò che testimonia. Il sé è senza azione, non è "chi agisce" bene o male. Il sé è senza at­taccamento a qualunque esperienza, piacevole o doloro­sa. Il sé è senza desiderio di ciò che è altro da sé. Il sé è pacifico, non turbato, inalte­rato da qualsiasi cosa. 
A causa dell'illusione, la convinzione erronea di essere altro da sé, la propria essenza originaria sembra essere immersa nel gioco del saṁsāra. In questo modo il sé, che è per natura puro testimone, appare come il protagonista delle proprie vicende, differente nei diversi ruoli che assume e incompleto, bisognoso di qualcosa. Il sé, che è per natura uno, appare come un individuo diverso dagli altri, legato ad eventi, persone, oggetti, luoghi, abitudini e convinzioni particolari, alterato dalle esperienze personali, dolorose e piacevoli. Il sé, che è per natura senza azione, appare identificato con le proprie azioni negative e positive, attaccato al proprio mondo, desideroso di questo e quello. Il sé, che è per natura pacifico, appare inquieto, ansioso, intollerante, astioso. L'apparenza non è la vera realtà.

giovedì 1 dicembre 2016

Ashtavakra 1.11


muktābhimāni mukto hi baddho baddhābhimānyapi |
kiṁvadantīha satyeyaṁ yā matiḥ sā gatirbhavet || 11 ||

11. Chi si considera libero è certamente libero, così come è legato chi si consi­dera le­gato. Qui è vero questo detto: "Come si pensa così si diventa".

Se vogliamo essere liberi dobbiamo considerarci tali, perché se ci consideriamo le­gati certamente non siamo liberi. Siamo legati quando, per esempio, associamo la percezione di noi stessi ad un avvenimento doloroso oppure piacevole e la nostra au­tostima appare condizionata da quell'evento. In questo caso, per consi­derarci di nuo­vo li­beri, dovremmo pensare a come ci percepivamo prima dell'e­vento. 
Se riuscissimo a tor­nare indietro con la memoria, potremmo ricor­darci di quando la nostra men­te era libera dall'idea di uno specifico legame. In realtà, quella libertà è presente an­che adesso ed è riconoscibile nel momento in cui smettia­mo di pensarci legati. 
Il detto "Come si pensa, così si diventa" esprime la verità della legge fondamentale del saṁsāra, il mondo in cui viviamo. Quindi, pur vivendo nel mondo, possiamo es­serne liberi se non consideriamo più noi stessi persone condizionate da una storia. 

martedì 15 novembre 2016

Ashtavakra 1.9-10



eko viśuddhabodho'hamiti niścayavahninā |

prajvālyājñānagahanaṁ vītaśokaḥ sukhī bhava ||9||


9. Avendo bruciato la fitta foresta dell'ignoranza col fuoco della convinzione "io sono l'unica pura consapevolezza", libero da sofferenza sii felice!

L'ignoranza di sé, la mancanza di comprensione della propria vera identità, è para­gonabile a una fitta foresta in cui l'ego si perde. Essa deve essere incendiata e consu­mata dal fuoco della sicura convinzione così espressa: "io sono l'unica pura consape­volezza".
Io non sono lo stato mentale in cui mi identifico con l'azione giusta o sbagliata. Io non sono lo stato mentale in cui mi identifico con le esperienze piacevoli o dolorose.

Io sono l'unica consapevolezza (bodha) che testimonia qualsiasi azione ed espe­rienza, ma rimane incontaminata, pura (viśuddha), libera sia dal bene che dal male, sia dalla gioia che dalla sofferenza. Questa è la mia innata felicità.


yatra viśvamidaṁ bhāti kalpitaṁ rajjusarpavat |
ānandaparamānandaḥ sa bodhastvaṁ sukhaṁ cara ||10||


10. Tu, quella consapevolezza, beatitudine, somma beatitudine, in cui appare questo mondo, immaginato come un serpente là dove c'è una corda, vivi felice!

Io sono quella consapevolezza, pura coscienza, per natura libera dalla sofferenza, bea­titudine che trascende le gioie e i piaceri dipendenti dai sensi. Eppure, non ricono­scendo la mia vera identità, mi sono identificato con l'esperienza fenomenica di que­sto mon­do, apparso in me come un serpente velenoso, immaginato dalla mia mente al posto di un'innocua corda. 

Perciò, a cosa serve cercare di uccidere o allontanare il serpente del saṁsāra? La tossic­a apparenza con cui l'ego si identifica non esiste realmente. L'unica vera realtà è sol­tanto la corda della pura consapevolezza. La propria reale felicità dipende unica­mente da questo riconoscimento. 

mercoledì 9 novembre 2016

Dialogo

Srkudai

Dialogo tra allievo e maestro su Ashtavakra Gita 1.6: "Bene e male, piacere e dolore sono attributi della mente, non tuoi, o sovrano. Non sei il soggetto che agisce e non sei il soggetto che fruisce; in verità sei sempre libero".

A: Signore, voglio realizzare la liberazione.
M: Tu sei sempre libero.
A: Com'è possibile?
M: Perché pensi di non esserlo? Cos'è che ti impedisce di essere libero?
A: Questa mattina mi sono arrabbiato.
M: La rabbia appartiene alla mente. Tu non sei la mente.
A: Questo significa che non dovrei affrontare la rabbia?
M: Quando capisci che non sei la mente, sorge ancora la rabbia?
A: Cosa vuol dire?
M: Dimmi, cos'è successo che ti sei arrabbiato?
A: Il mio dipendente non lavorava bene.
M: Allora? Il dipendente non si è arrabbiato. Supponi che tu non abbia saputo niente del suo lavoro, nessun pensiero a quel riguardo, ti saresti arrabbiato?
A: No.
M: Quindi, ci hai pensato e quel pensiero ti ha alterato. Chi ha avuto quel pensiero e ne ha ricavato rabbia?
A: Io.
M: Sì. Chi è questo io?
A: Sono io. Io sono stato alterato dal pensiero.
M: Allora, cosa è accaduto precisamente? Ci hai pensato... e poi?
A: Ho sentito che la cosa avrebbe creato problemi al mio progetto.
M: Sì. Quindi, chi è questo "io"?
A: Il capo del progetto.
M: Quello è un ruolo nella mente. Capisci?
A: Non tanto.
M: Va bene. Tu sei il capo?
A: Sì.
M: Immagina di perdere il posto domani. Smetti di esistere?
A: No!
M: Quindi questo significa che non sei il capo.
A: Allora cosa sono?
M: Ci arriveremo. Comunque, tu non sei il capo... Tu hai il ruolo del capo! Giusto?
A: Sì.
M: Similmente, tu hai il ruolo del padre, del figlio, eccetera.
A: Sì.
M: I ruoli che hai si chiamano upadhi... aggiunte. Tu non sei definito da quei ruoli.
A: Va bene.
M: Dunque, questi ruoli sono tutti mentali, perciò possono essere colpiti da quei pensieri.
A: Sì.
M: Immagina che tutte queste aggiunte siano eliminate. Cosa sei tu?
A: Io sono Udai.
M: Quello è il tuo nome. Tu hai un nome e non sei il nome.
A: Io sono un uomo.
M: Quello è il tuo corpo. Tu hai un corpo maschile, un'aggiunta. Cerca di capire: il corpo è soltanto materia inerte: tu sei vivo, perciò chiaramente non puoi essere il corpo.
A: Non sono il corpo?
A: Esatto. Tu hai un corpo e non sei il corpo.
A: Però, quando c'è dolore nel corpo sono io a soffrire.
M: Immagina di non pensarci. Potresti essere sotto l'effetto di un anestetico. Soffriresti ancora?
A: No.
M: Quindi è la mente [a soffrire], giusto?
A: Sì.
M: Allora, tu sei colpito a livello mentale!
A: Sì.
M: Quello è il ruolo.
A: Quale ruolo?
M: Osserva. Chi è che cerca di eliminare il dolore?
A: Non capisco?
M: Il dolore è una sensazione. Chi cerca di evitare il dolore?
A: Sono io.
M: È qualcosa che fai, un ruolo che hai. Tu potresti essere anche senza cercare di evitare [il dolore].
A: Come potrei?
M: C'è la sensazione dolorosa e tu non fai nulla. Trascurala. Non cercare di fare nulla. 
A: Trascurarla? È realistico?
M: Sì. Ramana Maharshi fu anche operato al braccio. 
A: Ehm...
M: Quindi, anche quello è un ruolo.
A: D'accordo.
M: Ritorniamo alla questione precedente. Cosa sei senza tutte le aggiunte?
A: Non so.
M: Non puoi dare un nome a quello che sei o descriverlo.
A. No.
M: Tutto ciò che fai è avere un ruolo.
A: Come?
M: Perché tu sei anche se non fai nulla.
A: Sì.
M: Quindi, "chi fa" è un ruolo che hai assunto intenzionalmente. 
A: Sì.
M: Questo significa che non sei il "soggetto che agisce".
A: Ehm...
M: Anche tutto quello che sperimenti è un ruolo.
A: In che senso?
M: Ricorda l'esempio del dolore fisico. C'è la sensazione del dolore. Chi ha la sensazione?
A: Io.
M: Chi cerca di evitare la sensazione, oppure di "averne di più" è un ruolo. Tu dovresti non fare né una cosa né l'altra.
A: Sì.
M: Ecco, l'assenza di "chi fa", quello sei tu!
A: Sì.
M: Quindi, tu non sei chi agisce o fruisce. 
A: Ehm... Vuol dire che non dovrei agire, lavorare?
M: No. Dovresti renderti conto che hai il ruolo del capo e non sei definito da quel ruolo... Cioè, tu non sei il capo, ma hai quel ruolo... Devi forse smettere di essere il capo?
A: No.
M: Però devi capire che è un ruolo. 
A: Sì.
M: Quindi, dharma [bene] e adharma [male] riguardano il ruolo, che è il soggetto agente. 
A: Sì. 
M: Similmente, anche sukha [piacere] e duhkha [dolore] appartengono al ruolo.
A: Sì. 
M: Poiché riguardano il ruolo... se tu smetti di identificarti col ruolo... non hai altro da fare.
A: Ah...

Questa è l'essenza della strofa. Lascia l'identificazione con chi agisce, karta, e con chi fruisce, bhokta, e rimani come coscienza. Il modo di farlo è... rilassati, rimani come coscienza. Poi, ogni volta che riconosci l'identificazione con "chi agisce", osserva chi è che agisce... e rilassati di nuovo nella coscienza!

martedì 8 novembre 2016

Il soggetto agente

Bhagavad Gītā 18.26-28

mukta-saṅgo ’nahaṁ-vādī dhṛty-utsāha-samanvitaḥ
siddhy-asiddhyor nirvikāraḥ kartā sāttvika ucyate

26. Il soggetto agente libero da attaccamento, privo della credenza nell'ego, dotato di pazienza e coraggio, che non muta nel successo e nell'insuccesso, vien detto "puro".

rāgī karma-phala-prepsur lubdho hiṁsātmako ’śuciḥ
harṣa-śokānvitaḥ kartā rājasaḥ parikīrtitaḥ

27. Il soggetto agente bramoso, il quale desidera il frutto dell'azione ed è avido, intento a danneggiare, impuro, soggetto a gioia e pena, viene denominato "passionale".

ayuktaḥ prākṛtaḥ stabdhaḥ śaṭho naikṛtiko ’lasaḥ
viṣādī dīrgha-sūtrī ca kartā tāmasa ucyate

28. Il soggetto agente non equilibrato, presuntuoso, ostinato, falso, crudele, indolente, depresso e procrastinatore vien detto "ottenebrato".

martedì 1 novembre 2016

Ashtavakra 1.6-8



dharmādharmau sukhaṁ duḥkhaṁ mānasāni na te vibho |
na kartāsi na bhoktāsi mukta evāsi sarvadā ||6||


6. Bene e male, piacere e dolore sono attributi della mente, non tuoi, o sovra­no. Non sei il soggetto che agisce e non sei il soggetto che fruisce; in verità sei sempre libero. 

Bene (dharma) e male (adharma), vale a dire ciò che è giusto oppure sbagliato se­condo la legge o la religione, sono attributi della mente che prova sensazioni ed emo­zioni, pen­sa e ragiona. Anche il piacere (sukha) e il dolore (duḥkha) appartengono alla mente, al corpo sottile. 
Il vero sovrano, il quale domina su tutto e da nulla è dominato, è la pura coscienza che testimonia tanto il corpo fisico quanto il corpo sottile, rimanendo libera sia dal male che dal bene, sia dal dolore che dal piacere. 
Il soggetto che agisce (kartā), invece, è l'ego, l'identificazione di sé con l'azione, bene o male. Ugualmente, il sog­getto che fruisce (bhoktā) è l'ego, l'identificazione di sé con l'espe­rienza, piacere o dolore. 
La pura coscienza non è l'ego identificato con l'azione o con l'esperienza, ma il te­stimone di entrambe; perciò, in verità, è sempre libera (mukta) dalle conseguenze ne­gative o positi­ve delle azioni, così come è libera dai lacci del piacere e del dolore.


eko draṣṭāsi sarvasya muktaprāyo'si sarvadā |
ayameva hi te bandho draṣṭāraṁ paśyasītaram ||7||

7. Sei l'unico osservatore di tutto e virtualmente sei sempre libero. In realtà il tuo lega­me è soltanto questo: tu percepisci l'osservatore come qualcos'altro. 

Se la nostra vera natura è pura coscienza, l'unico osservatore (draṣṭā) o testimone di ogni azio­ne ed esperienza, è come se fossi sempre liberi; allora, come mai siamo condizionati dal bene e dal male, dal piacere e dal do­lore? 
Il nostro legame condizionante, in realtà, è soltanto l'ignoranza della nostra reale iden­tità, la confusione su ciò che siamo realmente: infatti, anche se siamo per natura l'osserv­atore, ci percepiamo come qualcos'altro, ossia come il soggetto che agisce bene o male e che sperimenta piacere o dolore. 



ahaṁ kartetyahaṁmānamahākṛṣṇāhidaṁśitaḥ |
nāhaṁ karteti viśvāsāmṛtaṁ pītvā sukhī bhava ||8||

8. Essendo stato stato morso dal grande serpente nero, la nozione dell'ego, tu dici "io sono chi agi­sce". Avendo bevuto il nettare della fiducia "io non sono chi agisce", sii fe­lice!

Il veleno del grande serpente nero è la nozione o convinzione dell'ego che suona così nella propria mente: "io sono chi agisce". Per neutralizzare tale veleno occorre assumere il suo antidoto, il nettare della fiducia nella propria reale identità, espressa dalla frase "io non sono chi agisce". In questo modo l'infelicità dell'intossicazione do­vuta all'identifica­zione dell'ego può svanire, lasciando emergere la felicità innata del­la pura consapevolez­za di sé.

giovedì 27 ottobre 2016

The three types of doer

Swami Lakshmanjoo


Excerpt from Bhagavad Gita, In the Light of Kashmir Shaivism, by Swami Lakshmanjoo, chapter 18.

From the 26th śloka, there is [explanation of] kartā, which means the doer: sāttvic doer, rājas doer, and tāmas doer.

muktasaṅgo’nahaṁvādī dhṛtyutsāhasamanvitaḥ /
siddhyasiddhyornirvikāraḥ kartā sāttvika ucyate //26//

Muktasaṅga, who is not attached to whatever action he does, he is not attached to it. Anahaṁ vādī, and he does not believe that, “I have done this” [or] “I am doing this.” Dhṛti utsāha samanvitaḥ, he has got courage, he has got tolerance and courage. He does his work with tolerance and courage. And he is not moved if that work is fulfilled or if that work remains unfulfilled. In these both ways, he remains the same. And this way of doer is called sāttvic doer. And he is on the right path; this way of doing is the right way of doing.

rāgī karmaphalaprepsurlubdho hiṁsātmako’śuciḥ /
harṣaśokānvitaḥ kartā rājasaḥ parikīrtyate //27//

[The rājas doer is] rāgī, who has got attachment for that work; karma phala-prepsur, who always craves and longs for its fruit; lubdho, he has too much greed; hiṁsātmaka, he does not mind if somebody is harmed by [his] doing. [He feels], “let him be harmed. I must get its fruit.” Aśuciḥ, and his behavior is dirty [i.e., impure]; harṣaśokānvitaḥ, he is always with harṣa means happiness and śoka is grief; happiness and grief are absolutely at his disposal. If he has done... if he is successful in his doing [something], he is happy; if he is not successful, he is filled with grief. This way of doer is called rājas doer and it has no value. 

Now the doer of action in tāmasa state.

ayuktaḥ prākṛtaḥ stabdhaḥ śaṭho naikṛtiko’lasaḥ /
viṣādī dīrghasūtraśca kartā tāmasa ucyate //28//

Ayuktaḥ, who does not know how to do this action [and] who is not truly doing actions with good behavior. Prākṛtaḥ, he does not listen to anybody’s suggestion that, “this way you should do it.” [He replies], “no, no, no, I don’t like your suggestion, I know how to do it.” That is prākṛtaḥ, he depends upon his own [limited] understanding. Stabdhaḥ (stabdhaḥ means he is unmoved by others suggestions). Śaṭha, he is śaṭha (śaṭha means he is internally rigid). Naikṛtika (naikṛtika [means] he has no compassion for others). Alasaḥ (alasaḥ means he is always sluggish). Viṣādī, he is always repenting [afterwards], “I have done it wrongly." Dīrgha sūtraśca, and his [activity] takes more [time] than anything in this world, more time. [If] he can do that work of half an hour, it will take him at least fifteen days to complete it. This way of doer is called tāmas doer.

domenica 23 ottobre 2016

Enlightenment



How does Vedanta define enlightenment?

Short answer: The permanent removal of ignorance regarding one's true nature as limitless, non-dual awareness.

Long answer: Vedanta asserts that you are already non-dual awareness, you just do not know it. Therefore, it is simply a problem of misunderstanding. There is ignorance regarding your true nature and it must be removed. Removing this ignorance only reveals what is already there: yourself i.e. non-dual awareness. 
Because this is just an issue of removing ignorance, enlightenment is NOT: 
A state of higher consciousness, 
a mystical experience, 
the stopping of thoughts, 
the destruction of the ego, 
or the gaining of something you don't already have. 
It does not, I repeat, it does not confer a special status on someone.

Enlightenment cannot be a state because all states are experiences. Every experience is subject to time. They all begin and end. 
If enlightenment is a state or experience then it will begin and end. 
If that was the case then enlightenment would be worthless. What good is temporary enlightenment?

James Swartz

martedì 11 ottobre 2016

Ashtavakra 1.5


na tvaṁ viprādiko varṇo nāśramī nākṣagocaraḥ |
asaṅgo'si nirākāro viśvasākṣī sukhī bhava ||5||


5. Tu non fai parte di una classe sociale, come quella sacerdotale o un'altra, non appar­tieni a un ordine sociale e non sei percepibile tramite i sensi. Tu sei privo di attacca­menti, senza forma, testimone di tutto. Sii felice!

La società induista tradizionale è suddivisa in quattro classi (varṇa) o caste princi­pali e in nu­merose sottocaste, a seconda della famiglia di origine e del mestiere svol­to. Il mae­stro Aṣṭāvakra, per esempio, dovrebbe appartenere alla superiore classe sa­cerdotale dei brāh­maṇa; mentre Janaka, essendo re, dovrebbe far parte dell'elite poli­tico-militare degli kṣa­triya. Ciò nonostante, Aṣṭāvakra spiega a Janaka che la propria vera iden­tità non ha nulla a che fare con la classe sociale.
Un'ulteriore suddivisione sociale riguarda gli ordini (āśrama) associati ai quat­tro stadi della vita, che vanno dall'apprendistato del giovane studente fino alla rinun­cia del monaco mendi­cante. Il re Janaka non è uno studente e neppure un monaco, ma un capofami­glia; tutta­via, Aṣṭāvakra lo esorta a comprendere che la propria vera iden­tità trascende anche qual­siasi stadio della vita.
Se vogliamo conoscere davvero noi stessi, dobbiamo osservarci interiormente per ca­pire quanto siamo identificati con la classe e l'ordine sociale, la posizione e il ruolo. Tutte queste identificazioni dipendono dall'identificazione primaria col corpo, ossia dalla con­vinzione che la nostra identità possa essere conosciuta e definita attraverso i sensi fisici, ma Aṣṭāvakra afferma: "non sei percepibile tramite i sensi".
Anche noi, essendo identificati con l'organismo psicofisico, similmente al re Jana­ka finiamo per cre­dere di essere una cosa sola con gli attaccamenti sociali e perdiamo di vista la nostra essenza per natura libera da legami, perciò Aṣṭāvakra dice: "Tu sei privo di attacca­menti".
Il vero io non è il corpo, perché è senza forma, pura coscienza che percepisce qual­siasi cosa senza identificarsi con nulla, limpido testimone di tutto ciò che appare e scompa­re. Quindi, se siamo in grado di lasciare che ogni esperienza fluisca in modo naturale, senza aggrapparci a niente, possiamo scoprire che la reale felicità non di­pende dalla posi­zione o dal ruolo sociale, ma dalla consapevolezza della nostra effet­tiva identità. Aṣṭāvakra canta: "Sii felice!".

lunedì 3 ottobre 2016

Ashtavakra 1.4



yadi dehaṁ pṛthakkṛtya citi viśrāmya tiṣṭhasi |
adhunaiva sukhī śāntaḥ bandhamukto bhaviṣyasi ||4||


4. Se tu, differenziandoti dal corpo, rimanessi nella pura coscienza riposan­do, proprio in questo momento saresti felice, in pace e libero dai legami.

Prima di tutto occorre imparare a differenziare, distinguere la coscienza dal corpo, ossia dall'organismo psicofisico. Se si stacca l'attenzione dagli oggetti sensoriali e la si rivolge a se stessi interiormen­te, ossia a chi è cosciente, si può capire che la co­scienza è il testimone per natura di­stinto dal corpo.
Il riconoscimento iniziale della pura coscienza (citi)  differenziata dal corpo non è suffi­ciente, perché tale consapevolezza deve poi essere mantenuta senza distrarsi, ma an­che senza rigidità, evitando di cercare un particolare stato di coscienza su cui fis­sarsi. Com'è possi­bile? Occorre imparare a rilassarsi profondamente, rimanendo con­sapevoli di se stessi in quanto pura coscienza, come se si stesse riposando. 
In questo modo si può sperimentare una felicità, una pace che non dipende dalla pre­senza di oggetti sensoriali, ma dalla realizzazione della libertà dai legami del saṁ­sāra. Non è un evento straordinario da ricercare con grande sforzo o da atten­dere, sperando che accada chissà quando, bensì è un'esperienza verificabile ogni volta che si rimane con­sapevoli di sé come pura coscienza e ci si rilassa.

giovedì 29 settembre 2016

Reincarnation

Is there reincarnation?
Short answer: Reincarnation is a theory, and if viewed correctly, a helpful one. But it cannot actually be proven. It may be true, it may not.
Long answer: Does it really matter? Even if there is reincarnation, the next “you” will not remember who it was before. Even if someone claims to remember a past life, how is that relevant to enlightenment? Does knowing that you were so and so in a past incarnation help you remove ignorance of your limitless nature? Thinking you are a person subject to reincarnation is the root of ignorance itself. So in the context of Vedanta, the only helpful way to view reincarnation is as the continual identification with our thoughts. Every moment we are identifying with a thought that arises (is born) and then it goes away (dies). We are born to each thought and then we die to it. Then another thought arises and the process starts again. This is the constant cycle of birth and rebirth. Continuing to identify with it is samsara.

martedì 27 settembre 2016

Ashtavakra 1.3


na pṛthvī na jalaṁ nāgnirna vāyurdyaurna vā bhavān |
eṣāṁ sākṣiṇamātmānaṁ cidrūpaṁ viddhi muktaye ||3||



3. Tu non sei né terra, né acqua, né fuoco, né aria e neppure spazio. Al fine della libe­razione conosci te stesso come il testimone di questi [elementi], pura coscien­za per na­tura.

I cinque elementi materiali costituiscono la sostanza del corpo fisico, grossolano; perciò, se vogliamo che viva, non possiamo smettere di nutrirlo e cessare di respirare. Tuttavia, siccome sentiamo di essere una cosa sola con il nostro corpo, potremmo credere di essere nient'altro che un aggregato di elementi.
In verità, noi non siamo gli elementi solidi o liquidi che ingeria­mo; non siamo il calore che sprigioniamo e l'aria che respiriamo; non siamo neppure lo spazio che per­cepiamo intorno a noi e che pervade gli atomi del corpo. Se non siamo nulla di ciò che costituisce questo aggregato fisico, cosa siamo?
Noi percepiamo i cinque elementi nel nostro corpo, così come li percepiamo all'e­ster­no, ma cos'è che li percepisce? Potremmo rispondere che è il cervello, però anch'esso è un oggetto fisico di cui siamo coscienti.
Se io non sono gli elementi del mio corpo, non sono neppure il cervello. Cosa sono allora? La risposta di Aṣṭāvakra, in linea con la tradizione advaita rivelata nelle Upa­niṣad, è che il vero io o sé (ātman) è il “testimone” (sākṣin) degli elementi, ossia la pura coscienza (cit) consapevole del corpo, analogamente all'autista che è consapevo­le del veicolo che conduce, ma non si identifica con esso.
Dunque, se vogliamo realizzare la liberazione dal saṁsāra, da tutto ciò che ci lega al mondo, dobbiamo comprendere che la nostra reale identità imperitura è semplice­mente la coscienza testimone del corpo e di qualsiasi oggetto.
La definizione del vero io o sé come "testimone" potrebbe indurci a credere che esso dipenda dal “non sé” (anātman), ossia dagli oggetti di cui è testimone; invece la propria reale identità è per natura pura coscienza o consapevolezza, indipendente­mente da qua­lunque oggetto. In altre parole, oltre a non essere un prodotto del cervel­lo, la co­scienza non è neppure generata da ciò di cui è cosciente, quindi è co­sciente anche se non percepisce oggetti. Dovremmo comprendere profondamente, al di là di ogni dubbio, che il nostro vero io è coscienza di per se stessa cosciente.

martedì 20 settembre 2016

Ashtavakra 1.2



aṣṭāvakra uvāca
muktimicchasi cettāta viṣayān viṣavattyaja |
kṣamāārjavadayātoṣasatyaṁ pīyūṣavadbhaja ||2||


Aṣṭāvakra disse: 
2. Se desideri la liberazione, mio caro, abbandona gli oggetti dei sensi come veleno e ricerca la pazienza, la rettitudine, la compassione, la contentezza, la ve­rità come net­tare.

L'individuo che credeva di essere il re della propria esistenza si è reso conto di es­sere invece un servo, schiavo degli oggetti sensoriali. Essendosi rivolto ad Aṣṭāvakra con il corretto atteggiamento, il maestro lo accetta compassionevolmente come allie­vo ed inizia ad impartirgli le istruzioni preliminari.
La preparazione necessaria, senza la quale non è possibile conseguire la liberazio­ne, è condensata in sette punti, il primo dei quali è il desiderio (icchā) della liberazio­ne (mukti), che deve esse­re sincero e profondo, autentico e non superficiale. Esso è paragonabile a un fuoco, il quale va alimentato fino a che la liberazione non è com­piuta completa­mente. I sei punti successivi costituiscono il carburante necessario a mantenerlo vivo ed in­tenso.
Per poter ottenere la desiderata liberazione, occorre saper abbandonare gli oggetti sen­soriali, così come si abbandona un fungo nel momento in cui lo si riconosce come vele­noso. Quando si capisce che i funghi degli oggetti sensoriali sono tossici, viene meno il desiderio di afferrarli e portarli via con sé, perciò li si lascia dove sono.
Gli oggetti dei sensi, in realtà, non sono di per se stessi velenosi, ma la mente che li per­cepisce come de­siderabili e si attacca ad essi li trasforma in percezioni nocive, che la intossicano renden­dola dipendente dalla loro presenza. Quindi, la mente distratta da­gli oggetti sensoriali deve essere disciplinata a lasciare che le percezioni appaiano e scompaiano naturalmente, senza reagire in modo compulsivo aggrappandosi a quelle piacevoli. Questo allenamento inizia con la pratica della meditazione.
Affinché Janaka possa ritrarre la propria attenzione dagli svariati oggetti sensoriali, Aṣṭāvakra lo invita ad allontanarsi dal sontuoso palazzo e, raggiunto un luogo appar­tato ai margini della foresta, gli chiede se è disposto ad abbandonare ogni cosa posse­duta; ma ciò non è sufficiente: Janaka deve anche saper praticare i restanti cinque punti, perciò Aṣṭāvakra lo mette ulteriormente alla prova lasciandolo solo.
Mentre gli oggetti sensoriali sono da abbandonare come veleno che uccide, la pa­zienza (kṣamā), la rettitudine (ārjava), la compassione (dayā), la contentezza (toṣa) e la verità (satya) devono essere ricerca­te come nettare che vivifica, perché la loro as­senza impedisce la liberazione. Esse ri­guardano fon­damentalmente il proprio rappor­to con se stessi, il quale poi si estrin­seca ed esprime nel rapporto che si ha con gli al­tri, gli animali, la natura, ogni cosa.
Dunque, prima di tutto c'è l'allenamento contemplativo alle cinque virtù praticato nell'isolamento, possibilmente in un luogo appartato. Successivamente c'è l'allena­mento attivo, che inizia quando termina la seduta meditativa e si intraprende qualsiasi attività.
La fase contemplativa dovrebbe costituire la radice o base di quella attiva. Infatti, se si ri­mane da soli in silenzio, evitando di distrarsi, non ci vuole molto tempo per ca­pire che le cinque virtù scaturiscono dal proprio atteggiamento interiore, a prescinde­re dalle di­verse circostanze della vita. 
Quando Aṣṭāvakra ritorna, ritrova Janaka nel medesimo luogo in cui lo aveva la­sciato diverse ore prima. Il sole è già tramontato e il re è ancora seduto, pacifico e si­lenzioso. Avendo verificato la sua pazienza, rettitudine, compassione, contentezza e adesione alla verità, il maestro lo invita a rifocillarsi. Terminato il pasto, inizia il loro dia­logo sulla conoscenza dell'assoluto (Brahman).




martedì 13 settembre 2016

Ashtavakra 1.1



janaka uvāca
kathaṁ jñānamavāpnoti kathaṁ muktirbhaviṣyati |
vairāgyaṁ ca kathaṁ prāptametad brūhi mama prabho ||1||


Janaka disse:
1. Come si ottiene la conoscenza? Come avverrà la liberazione? Com'è realiz­zato il di­stacco? Insegnami questo, o signore. 

La vera conoscenza (jñāna) non è un sapere dato dall'accumulo di informazioni e nozioni, ma la gnosi non duale, ossia la comprensione diretta di sé, della propria reale identità. Quan­do essa manca, c'è soltanto la conoscenza che la persona ha di se stessa identifi­cata con le vicende della vita, con le azioni (karma) compiute, cosicché l'esi­stenza è unicamen­te saṁsāra, un divenire condizionato dalle esperienze di piacere e dolore, che conti­nua anche dopo la morte. 
Dunque, se è necessario il distacco (vairāgya), la rinuncia a ciò che lega al saṁsā­ra, come può es­sere realizzato? In cosa consiste la liberazione (mukti) dalle catene del karma? In quale modo si consegue la vera conoscenza di sé? 
Prima di tutto ci deve essere il desiderio di questo insegnamento e la disposizione a ri­ceverlo. Chi non lo desidera, chi non lo richiede dentro di sé, chi non sente l'esigen­za, l'urgenza di questo insegnamento, anche se lo legge o ascolta, non lo riceve real­mente. Tuttavia, pur desiderandolo, potrebbe mancare la corretta disposizione, il giu­sto atteggia­mento.
Il re Janaka, se desidera sinceramente questo insegnamento, deve richiederlo rico­noscendo che il vero, potente “signore” (prabhu) non è lui ma Aṣṭāvakra. Sebbene quest'ultimo ap­paia molto giovane, dodicenne secondo l'epico racconto del Mahāb­hārata che spie­ga per­ché egli nacque con otto (aṣṭa) parti del corpo deformi (vakra), la sua apparen­za non im­pedisce a Janaka di riconoscerlo come maestro.
Janaka simboleggia la persona, l'individuo identificato con le esperienze. Aṣṭāva­kra rappresenta invece la propria vera identità, l'io reale che costituisce la na­tura ori­ginaria di sé e di tutti gli esseri.
Janaka deve abbandonare il proprio ruolo dominate e riconoscere che il “signore” è Aṣṭāvakra, al di là della propria esistenza fisica, oltre i pensieri incentrati sulla storia per­sonale, al di sopra delle emozioni di piacere e dolore.

venerdì 19 agosto 2016

Octagon II


My paper entitled "The Illusion of Reincarnation" has been published in HansThomas Hakl (ed.), Octagon II - The Quest for Wholeness, (Gaggenau: scientia nova, 2016), pp. 265-272.