sabato 3 ottobre 2015

Gli arconti e i rishi


I rishi (ṛṣi) sono i saggi dell'India che ricevettero la rivelazione vedica. La parte conclusiva dei Veda, chiamata vedānta, è incentrata sulla gnosi, la conoscenza di sé (ātman), la propria vera natura riconosciuta nella sua essenziale uguaglianza col Brahman, l'Assoluto impersonale.

A differenza delle parti restanti dei Veda dedicate al culto degli dei (deva) e all'osservanza delle regole di vita da loro dettate, le Upaniṣad, le quali tramandano la rivelazione originaria del vedānta, insegnano l'indipendenza dagli dei e dalle loro norme, similmente a come lo gnosticismo mediorientale addita la liberazione dal giogo degli arconti.

Una delle più antiche Upaniṣad (Bṛhadāraṇyaka 1.4.10) afferma che «chi venera un altro dio pensando “lui è uno e io sono un altro”, non sa. Egli è come un animale per gli dei. Così come molti animali servono un uomo, similmente ogni uomo serve gli dei. Anche un solo animale sottratto causa dolore, allora cosa si dovrebbe dire di molti animali? Quindi agli dei non piace che gli uomini sappiano ciò».* 

Ādi Śaṅkarācārya (788–820), commentando il brano citato scrive: «chi, non essendo conoscitore del Brahman, venera un altro dio, un dio diverso da sé, avvicinandolo in una posizione subordinata, offrendogli lodi, saluti, sacrifici, doni, devozione, meditazione ecc., pensando “lui è uno, non sé, diverso da me, e io sono un altro, qualificato per i riti, e devo servirlo come un debitore”, costui che lo venera con tali idee non sa cosa sia la verità.

«Egli, quest'uomo ignorante, non solo ha il male dell'ignoranza, ma è anche come un animale per gli dei. Come una mucca o altri animali sono impiegati per i loro servizi, per esempio trasportare carichi o produrre latte, così quest'uomo è utile a ognuno degli dei e ad altri per via dei suoi vari servizi, come l'esecuzione dei sacrifici...

«Essendo così, gli dei possono sia ostacolare sia aiutare un uomo ignorante. Ciò viene indicato in questo modo: "Così come nel mondo molti animali, come mucche e cavalli, servono un uomo, loro padrone e guardiano, similmente ogni uomo ignorante, equivalente a molti animali, serve gli dei. Quest'ultima parola implica i Mani e gli altri. Egli pensa: "Questo Indra e gli altri dei sono diversi da me e sono miei padroni. Li venererò come un servo tramite lodi, saluti, sacrifici ecc. e otterrò come risultati la prosperità e la liberazione da loro donate".

«Nel mondo anche un solo animale, posseduto da un uomo che ne ha tanti, sottratto, in quanto predato da una tigre per esempio, causa grande dolore, allora cosa si dovrebbe dire di molti animali? Similmente, cosa c'è da meravigliarsi se gli dei si sentono mortificati nel momento in cui un uomo, equivalente a molti animali, si libera dell'idea di essere la loro creatura, come quando un padrone è derubato di molti animali?

«Quindi agli dei, questi dei, non piace che gli uomini, in qualche modo, sappiano ciò, ossia questa verità dell'identità tra sé e il Brahman. Perciò il venerabile Vyāsa scrive nell'Anugītā: "Il mondo degli dei, o Arjuna, è pieno di coloro che compiono riti e gli dei non amano che i mortali li sorpassino" (Mahābhārata, XIV, 20, 59). Quindi, come gli uomini cercano di proteggere gli animali dall'essere preda di tigri ecc, così gli dei cercano di impedire agli uomini di ottenere la conoscenza del Brahman, per timore che cessino di essere i loro oggetti di godimento».

* The Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad with the Commentary of Śaṅkarācārya, Translated by Swāmī Mādhavānanda, Almora, Advaita Ashrama, Third Edition, 1950, pp. 156-172.