domenica 20 settembre 2015

Il rifugio supremo


Con energia, attenzione, 
autocontrollo e dominio di sé
il saggio costruisce un’isola
che nessuna inondazione può sommergere 
(Dhammapada 25).

Fa' di te stesso un’isola.
Impegnati con alacrità e diventa saggio.
Terso da macchie e impurità
raggiungerai il livello dei nobili esseri 
(Dhammapada 236).

Fa' di te stesso un’isola.
Impegnati con alacrità e diventa saggio.
Terso da macchie e impurità
non tornerai a nascita e morte 
(Dhammapada 238).

Monaci, siate di voi stessi un'isola, di voi stessi un rifugio, null'altro; fate che il Dharma sia per voi un'isola ed un rifugio, null'altro. Coloro che sono un'isola di loro stessi [...] dovrebbero investigare l'essenza dei fenomeni: «Qual è l'origine della sofferenza, del lamento, della pena, del dolore e della disperazione? Come sorgono?

Ecco, monaci, l'individuo comune non istruito (dai nobili insegnati di Dharma) [...] considera il corpo come sé, sé come se avesse un corpo, il corpo come se fosse in sé, oppure sé come se fosse nel corpo. Il cambiamento accade nel suo corpo ed esso diventa diverso. A causa di questo cambiamento e differenza, sorgono la sofferenza, il lamento, la pena, il dolore e la disperazione. [Così per le sensazioni, i concetti, gli impulsi mentali e la coscienza empirica che costituiscono i restanti quattro aggregati psicofisici].

Invece [l'individuo istruito dai nobili insegnanti di Dharma], essendo consapevole della transitorietà del corpo, dei suoi cambiamenti, delle sue alterazioni, delle sue cessazioni, riconosce che tutti i corpi sono transitori e non soddisfacenti, destinati al cambiamento. Perciò, essendo consapevole dei fenomeni come realmente sono, tramite la visione profonda [della vera realtà], egli abbandona ogni sofferenza, lamento, pena, dolore e disperazione. Non è preoccupato di questi abbandoni. Senza tormento vive sereno. Vivendo sereno viene chiamato “sicuramente liberato”. [Ugualmente per le sensazioni, i concetti, gli impulsi e la coscienza] (Attadīpā Sutta, Saṃyutta Nikāya, 22.43. Cfr. Cakkavatti Sīhanāda Sutta, Dīgha Nikāya 26; Mahāparinibbāna Sutta, Dīgha Nikāya 16, 2.33-35).